Zanzibar e l’arte della sopravvivenza

Sopravvivenza. Quella nostra innata capacità di imparare a vivere in ambienti e condizioni difficili usando solamente le nostre abilità.
La nostra creatività. Il nostro intelletto.

E’ un concetto sul quale ho riflettuto molto sull’isola di Zanzibar. Dall’alba a notte inoltrata, anche a pochi passi dai resort più lussosi, la gente sopravviveva con ciò che la natura donava. Sopravvivevano con l’ingegno, l’intuito, la creatività e la volontà di fare di necessità una virtù.

Survival. Our innate ability to learn to live in difficult environments and conditions using only our skills. Our creativity. Our intellect.
It is a concept on which I have reflected a lot on the island of Zanzibar. From dawn to late night, even a few steps from the most luxurious resorts, people survived with what nature gave. They survived with ingenuity, intuition, creativity and the will to make a virtue of necessity.

LE ALGHE
Quando i primi raggi del sole illuminavano la spiaggia, donne con vestiti dai colori sgargianti uscivano lentamente dai villaggi per avvicinarsi al mare. La bassa marea lasciava scoperto un mondo fatto di stelle marine e piccole foreste di alghe che, affiorando in superficie, attirava la loro attenzione. Con movimenti precisi si chinavano per raccogliere i germogli verdi che poi appendevano alle vesti fino a quando non ricoprivano interamente il corpo. Iniziava così il cammino verso la spiaggia dove avveniva la seconda parte del lavoro: la stesura delle alghe sugli essicatoi. Semplici travi di legno collegate fra loro con corde in cui le alghe venivano lasciate al sole fino a quando non diventavano marroni.
«Cosa fate con le alghe?»
«Le rivendiamo- mi hanno risposto- sono buone sia per la cura della pelle che per la cucina».
Mentre le madri raccoglievano le alghe, i loro figli cercavano i granchi e i molluschi per garantire il pasto a tutta la famiglia. 

ZANZIBAR_Alghe

When the first rays of the sun lit up the beach, women in brightly colored clothes slowly emerged from the villages to get closer to the sea.
The low tide left a world discovered, made of starfish and small forests of algae, which surfaced on the surface attracted their attention. With precise movements, they bent to pick up the green sprouts that then hung from their robes until they completely covered the body.
Thus began the journey to the beach where the second part of the work took place: the drafting of algae on the dryers. Simple wooden beams linked together with ropes in which the algae were laid out in the sun and left to dry until they turned brown.
“What are you doing with algae?”
«We resell them – they answered me – they are good for both skin care and cooking».
While mothers collected algae, their children looked for crabs and mollusks to guarantee the meal for the whole family.

LA SCUOLA
Poco distante dagli essicatoi delle alghe c’era una casa di mattoni crudi dalla quale proveniva un intenso vociare di bambini.  Era la scuola del villaggio. Fermi immobili sull’uscio c’erano altri bimbi che alla mia domanda «perchè non entrate?» hanno risposto «non possiamo». Il caldo era soffocante e nell’aula più grande, seduti a terra con le loro divise, c’erano un centinaio di alunni dagli occhi grandi e curiosi. Le bambine indossavano il velo. I bambini la camicia. Attendevano ordini dalla maestra. In dono avevamo dei quaderni e delle matite che sono stati accolti con molti sorrisi e una canzone in inglese.
«Fuori dalla scuola ci sono altri bambini, perchè non partecipano alle lezioni?»
« Non possono pagare»
«Quanto costa venire a scuola?»
«Un mese costa 5 dollari, abbiamo due classi e i bambini le frequentano quando le famiglie possono pagare».
Uscita dall’edificio avevo solo un pensiero in testa: il regalo più grande che un Paese può fare ai suoi bambini è dargli un futuro garantendo a tutti l’educazione scolastica.

ZANZIBAR_scuola

Not far from the dryers of algae stood a house of raw bricks from which came an intense shout of children. It was the village school.
Still motionless on the door of the structure there were other children who, to my question, “why don’t you go to school?” They replied, “we can’t”.
The heat was stifling and in the largest room, sitting on the ground with their uniforms, there were a hundred pupils with big and curious eyes. The little girls wore the veil. Children’s shirt. They waited for orders from the teacher. As a gift, we had some notebooks and pencils that were greeted with many smiles and a song in English.
“Outside the school, there are other children, why do not they take classes?”
“They can’t pay for school”
“How much does it cost to come to school?”
“A month costs 5 dollars, we have two classes and the children attend when families can pay”.
Leaving the building I had only one thought in mind: the greatest gift that a country can make to its children is to give it a future by guaranteeing everyone education.

I BEACHBOYS
Ogni passeggiata sulla spiaggia si trasformava in un incontro con i venditori locali: i famosi beachboys. Si dividevano in due categorie, gli abitanti del villaggio di religione mussulmana ed i masai, ragazzi di religione cristiana appartenenti ad un’etnia di pastori i cui villaggi di origine si trovano nel centro della Tanzania. Le proposte erano molteplici: dai braccialetti, ai mestoli per la cucina, passando per quadri, parei, portachiavi fino alle escursioni guidate in tutta l’isola.
«Ciao come stai? Cosa mi racconti oggi?»
«Raccontami tu come hai imparato così bene a parlare in italiano?»
«Parlando con i turisti. Sai per vendere i miei braccialetti devo parlare tante lingue. Se gli stranieri comprano le cose della mia bancarella allora mangio»
«Fai solo questo lavoro?»
«Noi Masai qui a Zanzibar siamo tanti, lavoriamo durante la stagione del sole con le bancarelle o facciamo gli spettacoli di danza nei resort e poi quando piove ritorniamo in Tanzania».
«In Tanzania cosa fai?»
«Allevo le capre o le pecore nella savana».
« Hai mai affrontato un leone?»
«Nei nostri villaggi quando i ragazzi diventano uomini devono superare delle prove: la prima è non muoversi mentre ti fanno la circoncisione (avviene all’età di 16-17 anni), la seconda è sopravvivere nella savana da soli e la terza è uccidere un leone. Quando lo uccidiamo possiamo tornare nel villaggio e siamo guerrieri». 

ZANZIBAR_masai

Every walk on the beach was transformed into a meeting with local vendors: the famous beachboys. They were divided into two categories: the Muslim village dwellers and the Masai, boys of Christian religion belonging to an ethnic group of shepherds whose villages of origin are in the center of Tanzania. The proposals were many: from bracelets, ladles for the kitchen, through paintings, sarongs, key rings to guided tours throughout the island.
“Hello, how are you? What do you tell me today? “
“Tell me how you learned Italian so well?”
«Talking to tourists. You know to sell my bracelets I have to speak many languages. If foreigners buy the things of my stall then I could eat»
“Do you only do this job?”
“There are many Masai here in Zanzibar, we work during the sun season with stalls or we do shows with our dances in the resorts and then when it rains we return to Tanzania.”
“What do you do in Tanzania?”
“I raise the goats or sheep in the savannah.”
“Have you ever faced a lion?”
“In our villages when boys become men they have to pass tests: the first isn’t to move while they make circumcision, the second is to survive 40 days in the savannah and the third is to kill a lion. When we kill the lion we can go back to the village and we’re warriors”.

I PESCATORI
Al calar della sera ogni giorno si ripeteva lo stesso rituale: nelle notti stellate di Zanzibar, piccole luci elettriche si facevano strada in spiaggia per raggiungere il mare e le barche in legno. Erano i pescatori che uscivano dai villaggi con le loro reti per avventurarsi in mare e dare inizio al lavoro. Partivano silenziosi e ritornavano quando il sole era già alto all’orizzonte scatenando un marasma fra gli abitanti del villaggio che correvano in riva al mare per comprare il pesce migliore. Poggiati i piedi a terra, esponevano il frutto del loro lavoro in piccoli secchi dando vita a lunghe contrattazioni sui prezzi. I bambini li imitavano immergendosi in acqua per catturare piccoli pesci che poi esibivano fieri immaginando il giorno in cui anche loro, come i loro padri, inizieranno a lavorare sulle grandi barche di legno. Perchè sopravvivere significa anche questo: immaginare un futuro migliore e impegnarsi ogni giorno per realizzare i propri sogni. 

ZANZIBAR_Pescatori

At nightfall the same ritual was repeated every day: in the starry nights of Zanzibar, small electric lights made their way to the beach to reach the sea and the wooden boats. It was the fishermen who came out of the villages with their nets, to venture out into the sea and start a night of work.
They left silently and returned when the sun was already high on the horizon, triggering chaos among the villagers who ran by the sea to try to buy the best fish.
Arranged the nets and put their feet on the ground, exposing the fruit of their work in small buckets, giving rise to long bargaining on prices. The children imitated them by immersing themselves in water to catch small fish that then exhibited proudly imagining the day when they too, like their fathers, could work on large wooden boats. Why survive also means this: imagine a better future and engage every day to achieve dreams.  

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2 thoughts on “Zanzibar e l’arte della sopravvivenza

    1. Ciao Lella come stai? Eh pian piano sto pubblicando il resoconto della mia esperienza a Zanzibar: sono partita con un’idea dell’isola e invece la realtà che ho trovato mi ha fatto rivalutare molte cose 🙂

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